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Slow Fiber sull'obbligo differenziata per i tessili

25 March 2025

La normativa è in vigore in tutta l'UE dal 1° gennaio: secondo Dario Casalini, "buona l'intenzione, ma il riciclo non deve diventare un pretesto per continuare ad accettare l’iperproduzione". Necessario un paradigma che riduca i volumi

LA NORMATIVA EUROPEA
Dal 1° gennaio 2025 è scattato in tutta l’Unione Europea l’obbligo di raccolta differenziata anche per i rifiuti tessili.  L’obbligo rientra nell’azione più ampia dell’Unione Europea per contenere l’impatto ambientale promuovendo il riciclo e l’economia circolare. Il settore tessile è tra i principali produttori di emissioni di CO2 e di rifiuti solidi, che attualmente invadono i Paesi del sud del mondo.

Con la nuova normativa, ogni Comune deve predisporre sul proprio territorio appositi cassonetti dedicati, in cui i cittadini dovranno conferire abiti e accessori di abbigliamento, scarpe, tessuti di arredamento e biancheria per la casa. L’obiettivo è di intercettare la maggior quantità possibile di materiale tessile e, anziché avviarlo alla discarica, recuperarlo e riciclarlo per riutilizzare le fibre tessili.

Con il DL 116/2020, l’Italia si era mossa in anticipo rispetto all’obbligo europeo, introducendo la differenziata per i rifiuti tessili già dal 1° gennaio 2022. Una buona intenzione che ha trovato poco riscontro nei fatti, mancando un decreto attuativo. Molti i soggetti e le associazioni che denunciano scarsa consapevolezza e informazione dei cittadini. Anche perché sono previste multe salate, fino a 2500 euro, per chi getta i rifiuti tessili nell'indifferenziato. In molte città mancano ancora i cassonetti dedicati alla raccolta dei rifiuti tessili e, laddove i cassonetti sono già arrivati, la differenziata avviene spesso male e in modo incontrollato, perché i cittadini non sono sufficientemente informati.

LE CRITICITÀ LEGATE AL RIFIUTO TESSILE
Dario Casalini, fondatore e presidente di Slow Fiber, associazione nata nel 2022 che, ispirandosi ai medesimi principi di Slow Food, vuole promuovere nella filiera tessile un nuovo modello produttivo attraverso la creazione di prodotti belli, buoni, sani, puliti, giusti e durevoli, commenta così la situazione: “Il rifiuto tessile è un rifiuto complicatissimo. Perché andrebbe disassemblato. Se ha fibre miste, dovrebbero essere separate, e non sempre è possibile a livello meccanico o chimico. E poi andrebbero disassemblate le parti con composizioni disomogenee rispetto a quella che si vuole riciclare. Con le attuali quantità di rifiuti tessili prodotti, in crescita costante, è un’impresa titanica.

LO SWITCH? PRODURRE DI MENO E MEGLIO!
La norma nasce dalla volontà di ridurre l’impatto ambientale del tessile, il cui consumo negli ultimi anni è aumentato a ritmi vertiginosi, complice anche il proliferare di e-commerce che propongono abbigliamento e prodotti per la casa a prezzi bassissimi. “Temo che nessuna normativa apporterà soluzioni definitive senza un cambio culturale e un nuovo paradigma di produzione e consumo che ripudi sovrasfruttamento e sovrapproduzione” continua Casalini “dobbiamo produrre di meno e meglio! Il riciclo, la circolarità, sono fondamentali, ma non devono essere gli unici obiettivi. Con la 'scusa' del riciclo si continua ad avallare il modello di iperproduzione e iperconsumismo. La soluzione è fare bene dall’inizio, cambiando sia il modello di produzione sia quello di consumo.”
“Il problema più grande, parlando di inquinamento, è il volume. Il modello attuale si fonda su spreco e scarto: la quantità di vestiti sprecati è circa la metà di quelli prodotti, ovvero produciamo circa il doppio di quello di cui abbiamo bisogno. La nostra idea è che si debba produrre molto meno e molto meglio, capi fatti per durare molto più a lungo. Per questo serve un cambiamento culturale su un doppio fronte, come consumatori e come produttori. La produzione deve cambiare, ridurre il volume, che è ormai ai livelli dell’usa e getta, e passare a un sistema di prodotti fatti bene, per durare e con valori di filiera forti
.”

RICICLO: BUONA PRASSI, NON PALLIATIVO
Il timore espresso dal presidente della rete Slow Fiber, che a oggi riunisce 28 aziende italiane della filiera, è che il riciclo diventi un pretesto per non affrontare alla radice un problema ben più serio, quello della sovraproduzione e dell'iper-consumismo: “convincere il consumatore che ‘tanto si può riciclare’ rischia di farci cadere in questa trappola”. Slow Fiber sostiene sia urgente ripensare invece i paradigmi stessi della produzione e del consumo, allontanarci dagli acquisti usa e getta per tornare a pensare che un oggetto, sia esso capo di abbigliamento o arredo o qualsiasi altra cosa, debba essere pensato e realizzato per durare il più a lungo possibile: "Questo si può fare solo producendo beni di qualità. E la qualità si porta dietro materie prime selezionate e un lavoro qualificato, che non può nascere dallo sfruttamento delle persone, come avviene necessariamente con la sovraproduzione di prodotti a basso costo. La gestione dei rifiuti tessili è fondamentale perché si comprano sempre più capi di abbigliamento e il tempo medio di utilizzo degli stessi si è ridotto. Ma affinché la soluzione sia efficace il cambiamento deve avvenire alla radice".

L'APPLICAZIONE DELLA NORMATIVA: I PROSSIMI STEP...
Intanto, entro il primo quadrimestre 2025 il testo normativo UE sull’EPR tessile (Responsabilità Estesa del Produttore) dovrà essere recepito dagli ordinamenti nazionali. Gli stessi produttori saranno responsabili dei rifiuti prodotti e saranno tenuti a pagare una tariffa per contribuire a finanziare la raccolta e il trattamento dei rifiuti, che dipenderà da quanto circolare e sostenibile sarà la progettazione del loro prodotto: chi produce impatti maggiori con i prodotti tessili che progetta e immette sul mercato pagherà un ecocontributo più alto per finanziare i sistemi di responsabilità estesa: ovvero “chi inquina di più, paga di più”.

... E I POSSIBILI RISCHI
Creare dei sistemi di responsabilità è utile, perché dovrebbe convincere il sistema a produrre molto meno. E questo per noi è un caposaldo" commentano da Slow Fiber "Così come è fondamentale poter inserire i prodotti a fine vita in cicli virtuosi. Già facciamo tantissime pratiche di upcycling e downcycling. Molti nostri scarti finiscono in filiere collaterali, come quella della carta e dell’edilizia. L’idea è però di creare più possibile dei circuiti chiusi. Quello che non vorremmo che accadesse è, dopo aver introdotto una responsabilità dei produttori, continuare a spedire la maggior parte dei rifiuti tessili nel sud globale, oppure averne una percentuale gestita male. A oggi, tutti i rifiuti tessili confluiscono in un unico posto, ma poi devono essere separati per composizione, per il loro stato… se ciò non avviene, non stiamo risolvendo il problema. La quantità attuale di capi prodotti e gettati è grandissima e continuerà a crescere, così com’è non è gestibile nel tempo, continuare a inseguirla è un palliativo.”

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